Formello 30/01/2011
GIORNO DELLA MEMORIA: I GIUSTI DI FORMELLO
Atmosfera dei grandi eventi, sguardi attenti, occhi lucidi, voglia di recuperare una parte importante

della storia della propria comunità, un pezzo della propria identità.  Domenica 30 gennaio nella Sala Orsini, gremita, c’erano anziani, testimoni diretti del periodo più buio della storia, ma anche adulti, giovani, bambini. 

Così quest’anno è stato celebrato a Formello il Giorno della Memoria.

L’Associazione “Il Melograno” – con il Comune di Formello, e il Patrocinio dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e del Keren Kayemeth LeIsrael (il Fondo Nazionale per Israele) – ha organizzato il convegno “I Giusti di Formello” per rendere onore a chi ha rischiato la vita per salvare i perseguitati dai nazifascisti durante l’ultima guerra. Una giornata per ricordare il nome e il cognome di eroi in carne e ossa che hanno vissuto tra noi, e per ricordare l’opera di un intero paese “complice” di una straordinaria opera di solidarietà.  Come Ottavio La Ragione che è stato insignito dell’onorificenza di “Giusto fra le Nazioni” consegnata dal Presidente del Keren Kayemeth LeIsrael  Raffaele Sassun alla nipote Antonella Serata, riconoscimento che si aggiunge a quello consegnato nel 2002 a Mario e Maria Marcucci. Dopo i bellissimi canti in ebraico del Coro Kol Rinà   che hanno creato un’atmosfera ebraica molto emozionante, il Sindaco Giacomo Sandri ha sottolineato l’importanza di celebrare il Giorno della Memoria anche a Formello ed ha ringraziato l’assessore Celestino (che ha avuto la prima idea dell’iniziativa). Presenti l’assessore Maria Rita Bonafede e  il delegato alle politiche scolastiche Barbara Paoli,  il Presidente del KKL Raffaele Sassun e gli esperti venuti da Roma, Sandra Terracina per il Progetto Memoria della Fondazione CDEC e lo scrittore Nando Tagliacozzo.

Giovanna Micaglio Ben Amozegh , che ha coordinato l’evento, dopo lunghe ricerche- grazie anche all’archivista del Comune di Formello Maurizio Rapagnani - ha trovato documenti, testimoni, ha riportato alla luce una storia che sembrava dimenticata, ha fatto incontrare per la prima volta dopo 66 anni i discendenti dei salvatori e dei salvati. Nel novembre del ’43 i tedeschi arrivarono a Formello e, per farne il loro quartier generale, requisirono subito il cosiddetto “castelluccio” sulla collina che domina il centro storico, di proprietà di Carlo Bises. Appena arrivati fecero subito capire di che pasta erano fatti: “I tedeschi arrivarono - racconta Memmo Burro - e dissero subito ad un vecchio che incontrarono in paese :“tu, kaputt!”.   

I racconti si rincorrono:  “mio nonno Ottavio La Ragione – dice Antonella Serata - con l’aiuto di Bruno Sbardella e Alberto Bernabei tirò su un muro per chiudere uno stanzino e nascondere i beni della famiglia Bises (il “tesoro Bises” lo chiamano ancora qui a Formello). Quando i tedeschi entrarono in casa non si accorsero che il muro era posticcio!”. I Bises – che alla fine della guerra pensavano di essere oramai sul lastrico – con grande sorpresa riebbero i loro beni proprio grazie agli amici formellesi. Carlo Bises dopo la guerra chiese a La Ragione cosa poteva fare per ringraziarlo di avergli salvato la vita, ma La Ragione rispose: “Offrimi un caffè!”. “La mia vita vale solo un caffè?” rispose Bises. “No, proprio perché la vita non ha prezzo non posso chiederti nulla!” ribattè La Ragione. Bises allora andò a Roma e tornò in paese con cinque chili di  caffè, un patrimonio in un epoca in cui si beveva solo cicoria. Il caffè fu offerto a tutto il paese: per due settimane chi passava da Formello sentiva tra i vicoli un buonissimo odore di caffè…

Gli ebrei, come gli oppositori politici, erano perseguitati dai nazifascisti che davano loro la caccia per deportarli nei campi di sterminio. In pericolo c’erano Carlo Bises e la moglie (che si nascosero a Roma in convento) e i quattro figli, due dei quali gemelli (Riri e Luciano). I gemelli dormivano in casa La Ragione: nella stanza accanto c’erano due tedeschi che non si accorsero mai della loro vera identità.

Molti oggi dicono “i tedeschi non si accorsero”, e questo fu possibile perché nessuno in paese tradì i Bises rivelando la verità. Molte famiglie ebree sono scampate ad un destino orribile proprio grazie al coraggio dei  formellesi. Bastava una sola spia per condannare a morte bambini, adulti, anziani innocenti. Chi denunciava un ebreo infatti aveva un compenso di 5.000 lire, una fortuna per quei tempi. Ma a Formello questo non è successo, “sarebbe bastato uno solo che avesse fatto la spia” diceAntonella Serata “ma nessuno lo ha fatto!”.    

“Ricordo che mio nonno Carlo – racconta Stefano Bises, sceneggiatore di film di successo e autore televisivo - amava questi luoghi: soltanto oggi mi rendo conto che non era attirato qui solo dal fascino della bella campagna, ma dal forte legame con chi lo aveva salvato dalla deportazione.”   

Non è stato facile riportare alla luce questo pezzo di storia: gli anziani testimoni all’inizio non ricordavano bene quel periodo o non volevano fare la figura degli “eroi” e dicevano: abbiamo fatto solo quello che era giusto fare”. “Un soldo di pane, uno scudo d’ombra” recita un detto formellese, vale a dire “fai del bene ma non farti vedere”. E’ quanto si è sentita rispondere Antonella Serata quando ha chiesto allo zio Domenico Bernabei di raccontare come suo padre fosse riuscito a produrre documenti falsi per aiutare alcune famiglie ebraiche di Roma: proprio grazie a questi documenti tanti ebrei hanno potuto nascondere la loro identità e salvarsi dalle deportazioni. 

Già, perché a Formello c’era una vera e propria “banda di falsari” che stampava carte di identità e tessere annonarie: si erano dati un nome “Ditta falsari & Co” e avevano un motto : “La ditta patisce ma non fallisce”. Di questa “Ditta” facevano parte : il podestà Ugo Plini,  il segretario comunale Antonio Petrillo,  il vigile urbano Barocco, il calligrafo Alberto Bernabei e un tipografo in pensione che costruiva timbri falsi. I documenti venivano prodotti già prima dell’occupazione tedesca dell’ottobre ’43;  quando a novembre l’esercito tedesco arrivò a Formello la produzione di documenti falsi continuò in clandestinità. Tramite vari collaboratori i documenti arrivarono ad ebrei che si nascondevano a Roma ma anche ai Castelli romani: una staffetta della solidarietà della quale faceva parte anche un membro della polizia fascista (un formellese che passava il controllo del dazio tra la Cassia e la Braccianese) corrompendo la guardia fascista e i militari tedeschi con prosciutti e salsicce. I documenti venivano consegnati nella portineria di un convento di Roma e lì ritirati da altre persone che li recapitavano agli ebrei.   

Ai Castelli si era rifugiata anche la famiglia Caviglia che è intervenuta al dibattito: “Ci ospitavano ad Olevano Romano – ha detto la signora Adriana, 96 anni portati splendidamente: nascondemmo la nostra identità grazie a documenti falsi. Non ci chiamavamo più Caviglia ma “Mattei”; abbiamo avuto tanta paura – racconta la signora Adriana e avevo insegnato ai miei tre figli di non pronunciare per nessun motivo il nome “Caviglia”: rischiavamo la deportazione. Pensate che un giorno mio figlio Graziano, che aveva 5 anni, che si era fatto male al piede, mi disse: “mamma mi sono fatto male al “Mattei”! 

I Bises si nascosero prima in una casa a Genzano, poi  nel convento delle suore  di S. Giuseppe a Roma e li’ ricevettero i documenti falsi per sfuggire ai controlli dei nazifascisti. A consegnare loro i documenti e a consegnarli presso la portineria del convento fu Renato Fiaccadori, fedele autista della famiglia Bises e ben noto a Formello. Come i Bises molte altre famiglie beneficiarono dei documenti della “Ditta falsari & Co”, grazie anche al coraggio di chi si offriva di portarli ai diretti interessati. Solo un documento falso non è mai stato ritirato, i formellesi non hanno mai saputo perché. Oggi abbiamo scoperto che il destinatario di quel documento era stato preparato per Alberto Abramo Bises, che abitava a Roma e fu tradito da un “amico” : finì nel campo di sterminio di Auschwitz.

Per questo l’ incontro “I Giusti di Formello”  - ha spiegato in apertura Giovan Battista Brunori, presidente del Melograno - assume grande importanza perché  ha contribuito a ricostruire una parte significativa della nostra storia, della nostra identità che altrimenti sarebbe andato perduta e che fa parte della storia italiana. In questo modo intendiamo “migliorare la qualità della vita del territorio” come c’è scritto nello Statuto de Il Melograno, perché se sono importanti per i cittadini cose concrete come la manutenzione delle strade o i servizi, non è meno importante la memoria delle proprie radici perché senza identità l’uomo non può vivere.”   

“La mia famiglia – ha spiegato Sandra Terracina, Responsabile Progetto Memoria della Fondazione CDEC – ha vissuto la persecuzione degli anni del fascismo sulla sua pelle. Anche i miei genitori come i Bises sono stati salvati dalla solidarietà di un paese. In 15 anni ho organizzato centinaia di incontri con associazioni, istituzioni, scuole) ma questo organizzato a Formello è particolarmente ben riuscito perché è evidente la partecipazione della gente”.

“Hitler - prosegue Nando Tagliacozzo - aveva messo in piedi un sistema orribile: visto che le truppe scelte per fucilare ebrei ed oppositori politici con il tempo cominciavano ad avere problemi mentali (non reggevano psicologicamente agli eccidi di massa) fecero in modo che ogni SS avesse un compito preciso nei campi di sterminio e che la responsabilità di un eccidio venisse frazionato tra tante persone.

Dopo il convegno un buonissimo odore di dolci si è diffuso tra i vicoli del centro storico: grande frittura, preparata della Cooperativa Il Sorbo, di frittelle di mele tipiche della festa ebraica di Tu Bishvat (il Capodanno degli alberi) in piazza Ferrucci, nota come “Piazza Padella”: li' è stata piantata una palma proveniente da Israele donata dal KKL in  omaggio ad una città che ha ospitato gli ebrei nel corso della storia e che li ha salvati dalle persecuzioni durante il periodo nazista.